Cecilia De Carli

Piccole conversazioni a proposito dell'installazione IN CORPORE EXPO 2015

CECILIA DE CARLI

Inizia qui l’esperimento delle Piccole Conversazioni di fronte all’opera.  È una modalità che mi sembra si addica all’ambito universitario,  pensata per accompagnare significativamente le esposizioni delle Tre installazioni nel tempo di Expo.

Questa prima opera In Corpore, che si staglia in uno dei punti più belli dell’Università, il Cortile d’onore, trae la sua forza proprio dal fatto che è un’opera side specific, quindi un’opera che nasce per questo luogo, anche se va detto che  aveva avuto un’altra versione  a Venezia, ai Magazzini del Sale durante la Biennale del 2011.

La storia di quest’opera è legata alla attività che  l’artista  ha svolto presso   Centro diurno psichiatrico della Fondazione Bosis di Verdello, in provincia di Bergamo, con gli ospiti  del Centro. Quest’opera, a noi concessa dalla Fondazione e in questa nuova versione, completamente rivisitata,  apre a questa  possibilità, a partire quindi da una relazione, di poter affrontare un lavoro artistico  che ha nel suo corpo questo insieme. È evidente che l’opera d’arte, che potrebbe sembrare una cosa superflua, diventa così necessaria, diventa per noi così necessaria.

Di qui il desiderio di  volerla fortemente in università  in questo periodo di Expo, questione che mi ha preoccupato un sacco perché bisognava convincere il Direttore di Sede, il Rettore, raggiungere i  ragazzi fuori dai corsi, immaginare le reazioni dei colleghi e del personale che non si aspettano certo una  cosa del genere e  non si sa come va a finire.

Tuttavia, in un certo senso, sono già iniziate delle piccole conversazioni informali, le occasioni di parlare con chi s’ incontra dell’opera, di quello che suscita,  una possibilità per chi la vede di sentire che è fatta per lui o che, comunque, provoca la sua vita.

Credo questo, ma  qui, ora  ci sono  due autorevoli ospiti che abbiamo invitato per conversare a partire da quest’opera: Silvano Petrosino, filosofo e  Pietro Cavalleri psichiatra. Due persone che non sono storici dell’arte, ma appartengono ad altri  ambiti di riferimento e che hanno accettato di parlare di questa installazione a partire proprio da questa alterità.

SILVANO PETROSINO Filosofo. Sono molto contento di poter partecipare a questa iniziativa che, come ho già detto alla Prof.ssa De Carli che ringrazio ancora una volta per l'invito, fa onore all'università in generale e alla Cattolica in particolare.

Non sono un critico d'arte, ma di fronte ad un'opera come quella di Vicentini mi è subito venuta in mente, per contrasto, quella che propongo di definire la "retorica dello chef", una retorica che in questo periodo, grazie all'Expo ma non solo, sta letteralmente trionfando. All'interno di questa insistente e un po' stucchevole esaltazione del cibo il pane passa inevitabilmente in secondo piano nel piatto e soprattutto nelle parole che lo presentano spettacolarizzandolo; esso è come se si smaterializzasse nella ricetta stessa che lo esalta proprio perché lo relativizza. Smaterializzazione che raggiunge il suo massimo splendore precisamente nel minimalismo delle portate che il «maestro crea», come purtroppo i cuochi non perdono occasione di ripetere, al solo scopo di «appagare l'anima». Utilizzando il lessico lacaniano è lecito riconoscere in tali portate una conferma di quel primato del significante sul significato all'interno del quale la messa in scena prende inevitabilmente il sopravvento su ciò che si mette in scena: mettere in scena invece di mettere nel piatto, o più precisamente: mettere nel piatto la stessa messa in scena. Baudrillard, con espressione a mio avviso felicissima, parla al riguardo di «salivazione fiabesca»:

I grandi magazzini con la loro abbondanza di scatolame, di abiti, di prodotti alimentari e di confezioni, sono come il paesaggio primario e il luogo geometrico dell'abbondanza. Ma tutte le strade con le loro vetrine ingombre, sfavillanti (la luce, senza la quale le merci non sarebbero quel che sono, è infatti il bene più diffuso), con la loro ostentazione di salumi, con tutta la festa alimentare e di abiti che mettono in mostra. tutte stimolano la salivazione fiabesca. Nell'accumulo vi è qualcosa di più della semplice somma dei prodotti: e cioè l'evidenza del surplus, la negazione magica e definitiva della penuria, la presunzione materna e lussuosa del paese di Bengodi (J. Baudrillard, La società del consumo, il Mulino, p. 4).

L'opera di Vicentini, almeno così a me sembra, si sottrae e in un certo senso smaschera l'ideologia che alimenta la e si alimenta di salivazione fiabesca. Innanzitutto ponendo al centro della scena il pane, semplicemente il pane: qui non c'è companatico, non c'è contorno, c'è solo il pane, del pane vero, concreto, come se per esprimere l'essenziale bastasse il pane, lo ripeto: solo e semplicemente il pane, non un'immagine del pane o un suo simbolo, ma il pane vero, concreto. Inoltre il pane viene qui mostrato non su una tavola imbandita o tra gli scaffali di un negozio (in un certo senso suoi luoghi naturali) ma su un pentagramma, più precisamente infilzato da cinque fili di ferro che formano un pentagramma. E' questo che ho visto: non pezzi di pane «infilati» ma «infilzati», sospesi e bloccati, con un effetto straniante che mi ha rinviato drammaticamente al carcere, perfino al campo di concentramento. Mi sembra essere questo il merito principale di un simile allestimento: all'opposto del minimalismo dei piatti superelaborati prodotti dalla "retorica dello chef", qui s'impone l'essenziale (il semplice pane), un essenziale che, come sempre accade quando ci si riferisce all'essere umano, non può che essere drammatico.Forse solo l'arte è capace di parlare dell'essenziale con una tale immediatezza e semplicità (il pane, il ferro), una immadiatezza/semplicità che invece di tradire esalta il dramma stesso in cui l'uomo si trova sempre a vivere. 

PIETRO R. CAVALLERI psichiatra

Bene, un ottimo incipit.Anch’io naturalmente ringrazio Cecilia De Carli e Giorgio Vicentini per questo invito a comunicarvi ciò che quest’opera mi trasmette; invito che, immagino, mi è stato rivolto anche per l’origine e il contesto in cui l’opera nasce, che – come voi sapete – coincide con un atelier che Giorgio Vicentini conduce da più di 20 anni in un centro, per usare una parola tecnica, di riabilitazione psichiatrica, lavorando insieme ad operatori, pazienti, frequentanti a vario titolo, volontari. 

Vorrei dire qualcosa, poi, anche in merito a questa particolare origine dell’opera, che ci spinge a riflettere sulla funzione dell’arte come possibile attivatore di salute psichica e pone il problema della connessione tra arte e terapia.

Però di questo vorrei dire dopo; prima vorrei anch’io, come ha fatto Silvano Petrosino, dire che cosa mi ha colpito dell’opera.

Innanzi tutto ho incontrato l’opera prima di vederla il giorno dell’inaugurazione, mercoledì scorso. Ancor prima di quel momento, avevo incontrato l’opera attraverso il titolo: In Corpore, che ha innescato un’aspettativa… Il titolo di un’opera dice molto. Ci sono artisti – penso a Kandinskij, con le sue Improvvisazioni – che danno alle loro opere un titolo molto vago. Al contrario, intitolare un’opera In Corpore non può essere né vago né casuale, ma fa riferimento a qualche cosa che ci appartiene, di cui noi tutti abbiamo esperienza.

Allora quando l’ho vista… Certo si tratta di un pentagramma…, il mio punto d’impatto, però, avviene attraverso il pensiero del corpo. Detto in termini molto terra terra: ci voglio vedere un corpo.

La prima funzione che ci permette di definire il corpo e di individuarlo è il suo carattere di “contenitore”: un contenitore è una forma chiusa in grado di trattenere, di contenere, di difendere, di proteggere. Però il corpo possiede anche un altro carattere, che non deriviamo dalla sua forma di contenitore, ma che è altrettanto fondamentale: il corpo è un organ(ism)o di scambio; non esiste corpo se non c’è relazione; non esiste corpo se non c’è relazione con l’altro. Dirò di più: è la relazione che fa il corpo, altrimenti ci sarebbe solo un organismo che – in assenza dell’altro –non potrebbe sopravvivere. O l’organismo si umanizza e diventa corpo oppure non sopravvive.

Credo sia noto a tutti l’esperimento attribuito a Federico di Svevia, che spinto dall’interesse a individuare la lingua naturale – evidentemente egli supponeva che esistesse una lingua naturale – fece strappare alle loro madri un gruppo di bambini neonati, per affidarli a dei servi che avevano ricevuto il mandato di occuparsi di loro, nutrendoli e allevandoli nella maniera – diciamo – più umana possibile, a condizione che si astenessero dal rivolgere loro la parola, trattandoli, pertanto, come cose. Si dice che nessuno di quei bambini sopravvisse. Che la deprivazione infantile possa essere sorgente di patologie gravissime, che portano fino al marasma e alla morte, noi oggi questo lo sappiamo.

Questo esperimento lungi dal permettere di rintracciare la lingua naturale, che sarebbe contenuta tutta intera nel singolo, rivelò che la parola – in quanto investimento da parte dell’altro – è lo strumento principe dell’umanizzazione, così che se questo processo non avviene, il corpo non si stabilisce e non può vivere. Allora, questo pentagramma mi ha subito condotto a pensare che, come il pentagramma è lo scheletro delle note, questa serie di fili o barre può rappresentare, come in sezione, lo scheletro di un corpo che si deve costituire o che già è costituito, ma non nel senso visibile. 

Successivamente alla metafora dello scheletro, ho pensato a numerose altre rappresentazioni del corpo, attraverso la messa a fuoco di sue parti o apparati: in primo luogo questi fili potrebbero essere tubi, ed ecco l’apparato circolatorio… E poi, stimolato anche da ciò che a questi fili vi è appeso (raccolgo la definizione data dall’Autore, su cui, poi, vorrei tornare: pane reale e pane sognato)…, questi elementi neri che non sono ancora pane…, quindi che non sono ancora assimilabili, non sono commestibili, ma potrebbero diventarlo…, tutto ciò ci spinge a pensare di potervi vedere anche la rappresentazione di un transito… metabolico, di un transito intestinale.

Poi ancora, e questa mi sembra la metafora più produttiva, ho pensato anche alla rappresentazione di una rete neuronale: neuroni con i lunghi assoni (le righe di quello che inizialmente abbiamo chiamato il “pentagramma”) e con i dendriti (i ferri che connettono tra loro i pezzi di pane). E che cosa è una rete neuronale, se non propriamente l’apparato attraverso cui avviene lo scambio umano per eccellenza?

Qui si fondono, a mio avviso, i due punti di vista che concettualizzano il corpo come contenitore e come apparato per lo scambio: è infatti stupefacente il fatto che pelle e sistema nervoso centrale siano entrambi derivati ectodermici, ossia l’evoluzione del medesimo foglietto embrionale. Deve esserci un motivo per cui mentre tutto il resto del nostro corpo si sviluppa dagli altri due foglietti embrionali, dall’ultimo – l’ectoderma – provengono solo questi due apparati, entrambi finalizzati alla duplice funzione di contenimento (del corpo fisico, la pelle, e del senso della propria identità, il cervello) e di scambio (filtro con l’esterno, la cute, e strumento di relazione con l’altro, il sistema nervoso). Ritroviamo nel modo stesso in cui il nostro essere è costituito, la funzione di scambio così fondamentale per la vita e precipuamente per la vita umana. Se più avanti avremo tempo di tornare sull’argomento, vorrei dirvi qualcosa di più su quanto sia essenziale il passaggio da organismo a corpo, che può avvenire solo e soltanto per l’intervento dell’altro, di un altro. Quando un corpo è costituito, in grazia del fatto di essere costituito può assimilare nutrimento dall’esterno: il latte, prima, il pane, poi, ma anche il nutrimento dei pensieri, dei sentimenti, di tutto ciò che ci colpisce e di tutto ciò che noi stessi, inseriti in questa dinamica, a nostra volta produciamo per proseguire, per favorire, per fomentare la relazione con l’altro. Un corpo senza relazioni non può vivere.

Anch’io mi fermo qui.

SILVANO PETROSINO

Mi ritrovo molto sulla questione. Ripeto io rimarco la cosa che ho visto che è certamente quello della relazione, ma della relazione drammatica. Io insisto su questo: cioè il pane è trafitto. Ora, adesso non lo so perché il pane l’artista l’ha trafitto. Però qui si vede che il pane è trafitto.

Che il pane sia trafitto è l’altra possibilità.

Io pensavo in questi giorni, sulla questione dell’Expo, appunto non se ne può più. Non di solo pane vive l’uomo. Questo è lo stand del Vaticano: Non di solo pane vive l’uomo. Questa è un’affermazione che condividono tutti. In realtà però cosa succede? Che nell’interpretare questa dicono: Non di solo pane vive l’uomo, vive anche del paté. Che è bellissimo, cioè vive anche del companatico.

Qui invece non c’è il companatico, questo per me è un punto. Adesso vorrei sapere se ho visto bene. Non c’è companatico però non c’è solo pane: Non di solo pane vive l’uomo, questo è un pane trafitto.

Ora io non arrivo a dire che il pane deve essere spezzato e condiviso, io questo non lo dico, da questo non lo vedo. Vedo una prima parte di verità, almeno per me di verità: cioè rispetto al tema del pane e quindi Non di solo pane perché questo è un pane trafitto, quindi già non è più solo pane. E quindi riemerge la questione drammatica e forse riemerge la questione di una relazione – anche questa adesso è una parola magica, basta dire relazione e tutti son tranquilli. Un cavolo, la relazione è conflitto, è disastro, invidia, odio, quando sono relazioni umane – che non è rappacificante e dico per fortuna. E forse qui emerge forse l’origine di queste persone diciamo di riabilitazione psichiatrica, forse diventa interessante da questo punto di vista. Non è qualcosa di rappacificante come può essere il paté d’oca in un panino. Non di solo pane ma anche di paté d’oca.

 

GIORGIO VICENTINI

Grazie tantissimo anche al professor Botturi che è arrivato adesso.

Gli artisti di norma tendono a scappare… invece io desidero rimanere qui. Voglio fermarmi per ascoltare e capire.

In genere noi artisti siamo degli “egoisti allo sbando”, ma grazie a questa vitalissima esperienza che ho condiviso con i miei amici-fratelli malati psichiatrici della Fondazione Bosis ho potuto misurarmi, come dire collettivamente.

Questo è forse il primo lavoro figurativo che eseguo. Essendo un pittore astratto ogni mio approccio alla creazione è sostenuta principalmente con l’intento di produrre elaborati aniconici comprensibili solo da me

Mi sembra di aver percorso una lunghissima strada ferrata carica di un dolore arrugginito come il ferro.

Qui il pane è rappresentato come scarso,trafitto, cristologico e sansebastianesco. Con i ragazzi ho percorso una strada pericolosa e trasparente. Ogni azione che abbiamo compiuta si è data senza il minimo trucco o inganno.

Non abbiamo mai desiderato stupire nessuno. Infatti è privo di colpi di scena e volutamente non contiene alcuna narrazione fiabesca.

Quando ho parlato con i “ragazzi” della proposta di Cecilia di portare l’installazione nel cortile d’onore dell’Università Cattolica ho sentito mancare la forza nelle gambe… e anche se In Corpore era già stato esposto a Venezia in maniera più festosa e colorata l’invito di Milano ci spaventò non poco… 

Il ferro del pentagramma era pronto ma ci siamo reinventati tutta l’impaginazione. Abbiamo come riscritto completamente il testo.

Quelle che vedete sono note vere “rubate” ad uno spartito di Beethoven in chiave di Violino.

Poi quando il sole sarà alto nel cielo come il giorno dell’inaugurazione si potrà ammirare anche la chiave di basso frutto dell’ombra proiettata a terra.

Si tratta di un dramma che corre lungo i 165 metri dell’installazione come una scrittura alchemica.

Dimenticavo di dirvi che questa mattina ho ancorato ancora due tozzi di pane per non esagerare in scarsità.

 

PIETRO R. CAVALLERI

Io sono assolutamente d’accordo sulla drammaticità di tutta l’istallazione, perché questo lavoro di assimilazione del pane è un lavoro… che non avviene sempre nella pace.

Io credo che le note nere, i corpi neri informi, siano ciò che potrebbe diventare pane. Sono incubo e rimangono incubo se non diventano pane.

Noi siamo colpiti continuamente da ciò che esiste nel reale e che ci raggiunge: si tratta di sensazioni, percezioni, forme, urti, sono traumi a volte, provocano ferite. Il lavoro continuo a cui siamo esposti è quello di bonificarli dalla loro forza drammatica e renderli assimilabili, quindi renderli pane. Trasformarli: il pane è il pittogramma emotivo ormai commestibile di quella nota nera che gli sta a fianco, che ci ha colpito, ma che non sappiamo ancora come trattare.

Se volete un riferimento colto, mi sembra molto utile riutilizzare qui un modello della mente proposto da Wilfred Bion, una delle più notevoli personalità della psicoanalisi della metà del Novecento. Secondo la sua lettura, direi che le note nere sono gli elementi beta che entrano nella nostra mente ancora con tutta la forza incognita che hanno le cose che appartengono al reale, mentre i pani sono gli elementi alfa, cioè la trasformazione che rende assimilabili gli elementi beta: bonificati, se possibile, e poi assimilati.

La nostra digestione mentale, il nostro lavoro mentale – ridotto ai suoi semplici termini –  è tutto qui.

Questo lavoro è sicuramente drammatico, drammatico anche nella vicenda personale perché ci sono degli aspetti del reale che presentandosi in modo così altamente traumatico, sia per la loro natura, sia per le condizioni nelle quali il soggetto è stato raggiunto da quegli eventi, non sempre sono bonificabili e divengono metabolizzabili. Questa, forse, è la radice della malattia mentale e del disagio che in qualche misura noi tutti possiamo provare e proviamo, anche. Anche se, fortunatamente, per molti di noi l’incapacità o l’impossibilità di condurre il lavoro di bonifica e di assimilazione non prende il posto di comando di tutto il nostro psichismo.

SILVANO PETROSINO

Mi è venuto in mente, perché poi ci sono le coincidenze nella vita.

Mentre preparavo un po’, pensavo a questo, leggevo una fiaba che dice così. Dice che c’è un paese in cui le parole si comprano e poi uno compra la parola, la ingoia e nel momento in cui ingoia la parola, la parola diventa sua. Chiaramente le parole non hanno tutte lo stesso prezzo, più la parola diventa impegnativa, più viene pagata.

C’è un ragazzo che si innamora di una compagna di classe e vuole dire questo amore, però gli mancano le parole. Va a comprare le parole, ma la parola “ti amo” costa tantissimo, la parola “ti voglio sposare” non se ne parla neppure, la parola “per sempre” devi fare un mutuo.

L’amico però ha tutti questi soldi – è il compagno di banco – e compra tutte queste parole e va a dire alla compagna: “Io ti amo, ti voglio sposare e voglio vivere tutta la mia vita con te”.

Il ragazzo, l’altro, ha solo una parola che è, mi sembra, “biscotto” e va lì e dice alla compagna “biscotto”. La compagna chiaramente andrà con lui, perché il problema non è la parola, ma è come viene detta. Questo è bellissimo!

E forse questa è l’arte. Cioè il pane lo trovi dal panettiere, è come biscotto. Ma nel momento in cui viene allestito o scritto – il tema della scrittura è bellissimo – questa diventa l’arte.

Io penso che da questo punto di vista l’arte contemporanea sia gigante, cioè ha capito che basta un pezzo di pane. Cioè non ha più bisogno di dire “ti amo, per tutta la vita…”. Non ha neanche più bisogno di dire Dio per dire Dio, perché basta un pezzo di pane, è bellissimo!

GIORGIO VICENTINI

Una cosa sul pane.Io lavoro in uno studio piccolissimo che misura 2,50 per 11. Uno spazio ridottissimo ma ben esposto a sud.Tutta la luce è rimasta dentro questo pane estremo e quanta emozione nel maneggiarlo tra i colori e miei pennelli.La sua presenza attiva e sacra ha condizionato molto i miei gesti e spesso di notte mi precipitavo in studio per controllare il suo stato.Per tutta la lunga lavorazione de IN CORPORE ho pensato mille strategie per rispettarlo e proteggerlo dal mio fare inquieto. Tutto qui. 

PIETRO R. CAVALLERI

Mi piacerebbe toccare un altro tema: quello del luogo in cui tu hai fatto questa cosa.Sicuramente è straordinario che un’opera così significativa e anche così seria, anche così riconoscibilmente parte di una impresa intellettuale…, è assolutamente straordinario che questo sia il frutto di un laboratorio in cui tante persone hanno collaborato.Voi sapete – se non lo sapete ve lo dico – che è una cosa comune che molti centri psichiatrici abbiano delle attività, degli atelier di arte-terapia. 

Quale presa può avere l’arte sulle persone (diciamo “i pazienti” giusto per intenderci)?

Per quanto riguarda la mia esperienza – e qui mi piacerebbe molto sentire quella di Vicentini – il problema della persona che ha un disagio mentale importante, presente e attivo, un disagio che ha mutilato molte competenze della propria vita, il suo problema non è partecipare o fare arte per comunicare qualcosa agli altri. Spesso si tratta di persone che non sanno di avere qualcosa da comunicare o che, se lo sanno, non lo vogliono comunicare.

Allora, che cosa diventa terapeutico in questo percorso? Attraverso l’arte, chiunque e qualunque sia il suo prodotto, è condotto più facilmente – anche se qui “facile” non è alternativo di “drammatico”: è anche drammatico, è un drammatico facile – è condotto a incontrare, ad accostare qualcosa di se stesso, qualcosa di autentico che risulta inesprimibile, troppo complesso o troppo conflittuale o troppo doloroso per essere non solo detto ad altri, ma addirittura pensato.

Questa è la via per cui l’arte può avere una forza terapeutica e può essere un ausilio del percorso terapeutico; lo è nel momento in cui viene condotta – attraverso chi la conduce, e tu sicuramente sei fra questi – proponendosi non tanto di offrire a dei malati i mezzi per esprimersi, ma per offrire loro un mezzo per accostare qualcosa di autentico che ciascuno porta dentro di sé, anche come peso o ferita.

Credo che questo lavoro di accostamento, per chi fa arte, costituisca, prima del lavoro di espressione, la fonte dell’ispirazione artistica. Il sentimento del bisogno di incontrare, nella propria interiorità, la radice autentica di alcuni modi del proprio sentire è il primum movens; solo in un secondo tempo – alle volte in maniera assolutamente neppure prevista – può diventare interessante anche per gli altri.

CECILIA DE CARLI

Credo che questa cosa abbia toccato anche un aspetto dell’arte che è proprio il fatto che l’aspetto simbolico del discorso dell’artista, è qualche cosa che permette a te di dire qualcosa di te. Quando ho visto questa installazione, ho pensato che anche noi siamo esposti su questo rigo musicale, anche noi siamo trafitti dal pane che non c’è. E questa cosa è ugualmente drammatica, non basta che ce la dicano.

Ieri, quelli della Caritas che sono stati ad Expo hanno detto che 805 milioni di persone non hanno abbastanza pane.

Questa cosa è una cosa che non si riesce a rappresentare, nel senso che è talmente lontana da noi, in un certo senso, che diventa una notizia ma…

Ecco, io pensavo che quest’opera in realtà è così essenziale che riesce a trasporre questo aspetto, e lo dice  in un modo poetico, in modo che non si può aggiungere o togliere nulla, perché è compiuto.

Elena Manuelli,l’opera mi ha ricordato un episodio successo a Covo nella bergamasca durante l’ultima guerra.  L’ho sentito raccontare in casa mia da ragazza   e poi me ne ero completamente scordata. È una storia di pane.

Dopo un matrimonio contadino gli ospiti sono andati a piedi da un paese all’altro sotto i bombardamenti .

Il ricevimento era in un casolare, immaginate una cascina di una volta e la carovana di gente che camminava,  (molti si erano tolte le scarpe per non rovinarle) e indossavano  poveri  bei vestiti  che avevano confezionato giusto per il matrimonio. Sono arrivati finalmente alla cascina e fuori,  ad accoglierli, c’erano  due ceste enormi di pane fresco! 

 GIORGIO VICENTINI

La guerra mi ricorda immediatamente mio padre che ha fatto la campagna di Russia. Il suo comandante era Mario Rigoni Stern.Dentro la trasparenza di questo lungo pentagramma c’è la magrezza di mio padre a cui dedico quest’opera, che quando rientrò a Milano alla fine della guerra pesava 37 chili.

Mi raccontò con asciuttezza dei silenzi e delle sofferenze di quell’interminabile rientro.

Tutto questo dolore è ora è visibile e appeso al pentagramma. 

CECILIA DE CARLI

Grazie a tutti che avete partecipato a questa piccola conversazione. Ce ne sarà un’altra il 10 di giungo sempre sull’opera  di Vicentini tra un giurista e  una psicologa estetica. Siamo curiosi di ascoltare che cosa ci diranno loro.

Grazie e arrivederci.


Testi critici

Claudio Cerritelli, Permutazioni e resistenze sulla pittura di Giorgio Vicentini Claudio Cerritelli, Il colore crudo di Giorgio Cecilia De Carli, Non ho parole Flaminio Gualdoni, Vicentini, un diario intimo per svelare le emozioni con la forza dei colori Giorgio Vicentini, Se Sergio Vanni, Le carte nascoste di Giorgio Licia Spagnesi, Il colore di Giorgio Martina Corgnati, Le intenzioni Sara Honegger Chiari, Poi arriva la pittura Vittoria Broggini, L'orizzonte comprensivo di Giorgio Cecilia De Carli, Piccole conversazioni a proposito dell'installazione IN CORPORE EXPO 2015 Ettore Ceriani, Giorgio Vicentini e il sogno della realtÓ Marina De Marchi, A Castello Grazia Massone, Custodire Giovanni Maria Accame, L'esperienza della pittura Claudio Cerritelli, Scintille Riccardo Prina, Assalto e Difesa Vittoria Broggini, Appunti di Volo Claudio Cerritelli, Catturando il divenire della pittura - Catalogo "Cattura", Studio d'Arte del Lauro, ottobre 2017 Francesco Tedeschi, Diario critico bisestile dell'anno 2000 ed. Campanotto, Udine 2012 Erika La Rosa, Non basta un solo tentativo per catturare l'orizzonte - Varesenews, 21 novembre 2017
Giorgio Vicentini visual artist