Mi scuso innanzitutto con la corte per non poter essere presente a questa procedura, all’interno della quale si sottopone al giudizio degli intervenienti non tanto il risultato dell’atto pittorico di Giorgio Vicentini, artista ben noto al pubblico che frequenta l’ambiente dell’arte, appunto, e a quello di questo ateneo, dove il Vicentini ha in più occasioni dato prova della sua disponibilità a mettere in gioco la sua creatività, ma il processo stesso di cui si sostanzia questo incontro.
Credo infatti che il processo da lui inscenato sia “sotto processo”, per sospetto di irregolarità.
Cosa si celebra infatti in questo consesso? Vicentini affida a ciascuno un ruolo, nel portarci di fronte alle sue opere. Sono queste dei corpi di reato? Di quale reato lo si può imputare?
L’artista crea, secondo la sua vocazione, la sua storia, il suo talento e il suo intento. Se guardiamo indietro, in effetti, più volte il su citato Giorgio Vicentini, nato a Varese addì 16 agosto 1951, ha spinto i suoi segni, i suoi colori, le sue realizzazioni, a uscire dalla cornice e a entrare nelle più diverse situazioni, fino, in questo caso, a proporre e riprodurre un’aula di tribunale.
L’arte è sotto processo? Ma lo è sempre stata, per la sua capacità di deformare il mondo, di essere mendace, di creare inganno, in diverso modo. Anche chi voglia ridurla ad ancella di qualche autorità esteriore non può che considerarla, nella sua libertà, indomabile. A meno di subordinarla a un disegno esterno, è una delle poche espressioni dell’uomo che non è assoggettabile, e quindi sfugge a regole, norme, leggi, fino ad essere tra le poche forme di irriducibile anarchia.
E allora, si vuole intentare un processo al “sistema dell’arte”? Anche questo è argomento da tempo avanzato, nelle varie corti rappresentate dai critici ufficiali o da quelli che si pongono apparentemente fuori dal contesto. Il “sistema dell’arte” non può essere giudicato, a meno di voler imporre un nuovo e diverso “sistema”: culturale, economico, valoriale. Ma l’imporre qualcosa è atto di autorità, e non è da persona ragionevole combattere contro un contesto all’interno del quale, bene o male, si opera, con le pretese e i limiti di un agire che venga o meno riconosciuto.
Per questo, dico che Vicentini ha avviato una procedura nei confronti dello stesso meccanismo del processo. Di un processo all’artista, all’arte, al sistema dell’arte, per passare dal piano delle metafore a quello, forse teatrale, della messa in scena di un processo. Di questo e per questo chiedo che lo si assolva.
Infatti, in quanto ha attivato chiamando davanti a questa corte testimoni, accusatori e difensori del suo operato, Vicentini ha prodotto una finzione che è una chiamata a rapporto di fronte a sue opere, alcune delle quali qui condotte a prova del suo innocente operato. Sono poche, minime tracce di una volontà di dipingere, di colorare, di portare i suoi segni, come racconti, in uno stato libero, aereo, immateriale. Credo che Vicentini da tempo soffra la necessità di radicare il suo senso del colore, sensibile e profondo come una irriducibile fonte di emozione, a una materia. Nello stesso tempo, in un’epoca in cui le immagini, di qualsiasi tipo esse siano, non hanno bisogno di supporto, apparentemente, per giungere al nostro sguardo, e sembrano crearsi dal nulla, Vicentini dà corpo al colore e alla sua presenza come qualcosa che determina la sensazione della fisicità dello sguardo. Parrebbe una contraddizione, forse è solo un’aporia: il tendere verso qualcosa che non si può raggiungere. Il guardare oltre, l’essere imperfetto, impreciso, incompleto. Ma cercare comunque di porre in essere qualcosa.
Spinto da impulsi nobili, io credo e invito lor signori a riconoscere, Vicentini si è trovato ad autodenunciarsi. Ecco perché quello che qui si celebra può diventare un processo al processo che Vicentini ha intrapreso. Inventarsi un processo, considerarsi imputato, scegliere la corte, immaginare l’esito di un procedimento, che può sempre sfuggire di mano, è l’atto improvvido che egli, come artista, ha prodotto. L’imputato potrà essere considerato per questo ambizioso. O potrà essere visto come ingenuo promotore di un processo che potrebbe rivoltarsi verso quanto da lui stesso intentato.
Per le ragioni sopra indicate, per una necessaria indulgenza nei confronti della libera espressione, chiedo che venga pertanto sollevato da qualsiasi atto d’imputazione, nei confronti di questo stesso procedimento e delle modalità con cui esso si è costituito, per riconoscere all’artista la libertà di muoversi fra tutte le formule dell’agire individuale o collettivo: dalla galleria d’arte all’aula universitaria; dalla strada di una città alla cima di una montagna; dall’argine di un fiume alla stanza di un ospedale; dalle pareti di un museo allo schermo di un dispositivo elettronico.
Non è stato e non è nelle sue intenzioni l’obiettivo di contestare la legge o di irriderne i contorni, che non sono sovrapponibili a quelli dell’arte. Egli deve pertanto essere lasciato libero di operare dentro e al di fuori dei limiti che possono derivare dal ricondurre l’atto artistico a un giudizio.
Per non trovarsi a dover riconoscere, secondo le parole di una canzone degli anni Sessanta, poi resa celebre dai Clash, nel pieno della rivoluzione punk: “I fought the Law, and Law won!” (Ho combattuto la legge, ma la legge ha vinto!). Nel rispetto della legge, delle leggi…