“Sintonie”
-La mia pittura e le affinità elettive con la poesia –
13 opere scelte in ordine cronologico dal 2014 al 2022
La mia nuvola nitida (2014)
Sembra che il life motive di Vicentini in tutte queste opere sia caratterizzato da onde di luce che si muovono, a passo lieve o di corsa, nei vari sfondi metafisici, che siano cieli, muri, mari, pagine bianche, o altre basi. Come frecce rotondeggianti puntate verso un bersaglio. Che, di volta in volta, cambia a seconda dell’ispirazione;
In “la mia nuvola nitida” la luce incolore è attraversata da un vortice di righe ellittiche all’interno di un cielo bigio, in corsa a infiltrarsi nello spazio lento inattivo. Forse in attesa di qualche evento a sorpresa e del tutto ignaro di questo assalto, è il caso di dirlo, alla velocità della luce.
“Cattura” (2018)
Nella più fonda oscurità si staglia una forma chiara che s’incurva, attraversata da un’ombra (forse un’onda che trasforma di sbieco la sua geometria). Di fronte accadono degli eventi all’improvviso: una forma curvilinea minore, inerme stenta a fuggire ma viene catturata, quasi risucchiata da quella che mostra i suoi muscoli. Tuttavia, una porta bianca si apre in alto e fa sperare nella salvezza col ritorno della luce.
“Itaca” (2020)
La tela è riempita interamente da un mare che più profondo e impenetrabile non si può raccontare. Da un lato l’intensità del colore è attraversata da varie onde ellittiche. Queste scoloriscono via via più si sale in superficie. Al centro, ma molto al di sotto, compare un inizio di portone nero, sbarrato. Forse si tratta della porta di casa propria, chiusa ormai per la mala sorte del navigante in balia delle onde infuriate. Tutta la magia, il mistero di un destino e l’avventura dell’eroe greco in una tela.
“Route” (2020)
La varietà dei rosa, dei rossi cupi o aranciati, con le loro avventurose rifrazioni simulano perfettamente le visioni della mente che riesce infine a quietarsi nello svanire delle ombre fugaci, alla sinistra, grazie alla luce sprigionata dalla parete rosa più morbido, di colpo rischiarata. Nel mezzo, ben tre aperture fanno capolino: in alto un cielo della sera in arrivo, in basso, un cielo di quasi notte e tra i due un chiavistello bianco che fa scemare la paura per l’incombere della sera. Quando un cupo rovesciamento della speranza è temuto per i rilievi aguzzi incombenti sull’agognato indizio di un chiarore d’aurora.
“Comportamento innato” (2020)
Le onde dalle forme sinuose, vagamente femminili, striate dalle ombre che sfumano dal viola al blu fondo, sono di colpo attraversate e colpite da una tempesta di nuove onde di forma incompiuta circolare che sembrano spazzare tutto ciò che trovano al passaggio. Non corrono, a gruppi, nella stessa direzione; uno è diretto a Nadir e si presenta più arioso ai nostri occhi, l’altro, sottostante, punta allo Zenit e risulta invece avvolta dal mistero. Che aumenta a guardarlo da un’altra visuale.
“Domus” (2020)
Una porticina bianca sbilenca, oppure una pagina bianca ancora da scoprire. Qualcuno ci vuole segnalare un altrove, un’al di là, un miraggio personale? In ogni caso, si tratta pur sempre- o di frequente – di un fil rouge ricorrente nelle opere di questo artista visionario. Anche questo riesce a catturare il nostro sguardo all’istante. Anche se non è collocato al centro della tela, ma si trova proprio sotto un fascio di luce, simile a un getto d’acqua che trascolora in azzurrina. Tale estraniante gettito impetuoso fuoriesce da un muro alla sua sinistra, a cui non manca l’onda scura a serpentina, tanto per smorzare le nostre certezze e farci restare un poco ancora nella penombra.
“Terra emersa orientale” (2021)
Inevitabilmente il nostro l’occhio si sposta subito di lato, fisso sul pezzo di cielo estasiato nel vedere sé stesso mescolato, copiato sotto mentite spoglie all’interno di un rosa implume di innocente madreperla. Al centro dello strano poligono divergente i colori nelle ondate avvolgenti si accendono infuocati. Quasi fossero dei sogni rotondi finalmente realizzati.
“Terra emersa occidentale” (2021)
Qui nessuna sfumatura calda fa pensare all’oriente, al contrario rabbrividiamo per le tinte fredde delle foreste nordiche, con le acque infide dei torrenti impetuosi e fluttuanti, ai monti boscosi male abitati. A conferma dell’atmosfera raggelata, i contorni netti e spigolosi ai confini, donano la percezione del mistero di una terra bianca di nessuno che non promette né luce né gioia.
“Tre poeti per la pace” (2021)
Compaiono tre amuleti, ovvero tre messaggeri portatori di pace. I colori sono dimessi, remissivi ad accettare l’invadenza di onde più o meno ombrose. Sono i colori miti che appartengono a certi prati incolti ma fruscianti lo stesso di erbe e fiori, di molte foglie non del tutto sempreverdi: il colore a volte delle visioni e di certi sogni che illanguidiscono le notti.
Il secondo amuleto/messaggero presenta un manifesto sopra il suo cuore illuminato da un cielo celestino che sembra riflettere un sembiante umano in lontananza che va e viene come in un gioco infantile.
Il terzo amuleto/messaggero appare tutto sotto sopra e viceversa: ci suggerisce che è sempre possibile far svaporare, con la più assoluta calma nel tempo l’odio assoluto, da qualsiasi direzione esso provenga.
“Ribelli atlantici blu” (2022)
Degli abissi atlantici con vista montagne dalla tinta inesorabilmente blu fondo, orfano di luce. Da lontano, nella realtà, i monti li vediamo azzurrati e rassicuranti nella loro placida presenza. Qui, invece, l’ambiguità è sovrana: non è chiaro se lo sfondo sia il cielo o il mare dove qualcosa è precipitato nel profondo. Rimasto tuttora impigliato nelle lamiere e nei miseri brandelli di corpi mescolati con alghe.
“Le mie ragioni” (2022)
Un altro poligono che non sente ragioni per mostrarsi regolare. Con un’entrata, un corridoio bianco di innocenza, con le linee della velocità in corsa sfrenata. Le altre tinte: tra il blu avio e il giallo e il Terra di Siena semplice e graffiato. Sull’intera immagine si dispone una specie di giacchetta del tutto mimetica perché in fondo non è che un nuovo mini-poligono ribelle alle regole.
“Magma” (2022)
Da una parete affacciata su un ambiente soleggiato e beneaugurante, spuntano a contrasto delle forme inequivocabili: si tratta di armi che fanno pensare alla caccia e alla morte. All’altro lato, la coltre immaginifica di un fondale acquatico, resti di indumenti e di creature umane. Nel buio più crudo e nudo non sembra lecito svanire in un attimo con gli ideali ancora appiccicati addosso. Infine, il mare diventa un deserto decisamente lunare, dimenticato da Dio e dagli uomini.
“Lievi ferite” (2022)
Giunchi palustri si intrecciano con altre creature, mimetizzandosi coi fenicotteri. L’atmosfera, nella sfumatura rosata ci rasserena in modo ingannevole al primo sguardo: sia dal basso che dall’alto, non vorremmo vedere tutti quei pugnali, anch’essi in rosa mimetico, che si conficcano nei loro bersagli. L’allarme, tuttavia, è subito cessato, non appena ci perdoniamo la nostra attitudine al dramma: i colpi, le sofferenze a volte non fanno poi così male. Si tratta solo di onde lievemente rosate di sangue rappreso su cui poter soffiare sopra. Come facevamo da piccoli quando ci sbucciavamo il ginocchio.